Anche oggi, partendo dalle ispirazioni che mi offre quotidianamente il tè, voglio condividere con voi alcuni pensieri relativi al fatto che

le nostre possibilità non sono limitate dalla realtà, ma dalle nostre rappresentazioni della realtà.

Forse vi starete chiedendo che cosa c’entra il tè con questo tema.

Trascrivo una piccola conversazione a cui ho assistito tempo fa tra la mia amica cinese, sommelier di tè, e una cliente del suo locale specializzato in tè cinesi.

– Un tè nero, grazie

– Ecco a Lei il suo tè

– Che strano sapore…Ma non è tè nero questo, mi ha portato un altro tè?

– Voleva ordinare forse un tè rosso?

Sembra un dialogo dell’assurdo. Ma la spiegazione è semplice: quello che comunemente in occidente chiamiamo “tè nero”, per il colore delle foglie del tè, in Cina viene identificato “tè rosso” per il colore rossastro della bevanda finale. E viceversa.

Per i puristi del tè, avrebbe senso usare la categorizzazione cromatica cinese, visto che quasi tutta l’odierna coltivazione del tè nel mondo condivide le idee e i metodi creati anticamente in Cina. In occidente si chiama tè nero dal 1800, quando gli inglesi importavano enormi quantità di tè e dato il colore scuro delle foglie lo battezzarono appunto tè nero.

La mia amica infatti sul suo menù dei tè riporta questa frase:

RED TEA 紅茶: conosciuto come tè nero dalla maggior parte delle persone, per ragioni a noi sconosciute.  

Dunque: tè rosso o tè nero?

Ognuno di noi crea, nel corso della propria vita, una propria rappresentazione della realtà, un insieme organizzato di convinzioni su se stessi, sugli altri, sulle cose, sugli eventi.

È sulla base di questa rappresentazione che attribuiamo un significato agli eventi, comunichiamo e valutiamo quali siano le scelte possibili e consigliabili.

Dall’interno di questa rappresentazione personale, è molto difficile vedere, o anche soltanto concepire, l’esistenza di modelli e rappresentazioni differenti.

La discriminante, quindi, non separa chi ha una rappresentazione fedele della realtà da chi non l’ha, chi ha un modello giusto da chi lo ha sbagliato, ma chi è consapevole della relatività del proprio modello da chi non lo è.

Tra chi parla con tutti utilizzando solo il linguaggio del proprio modello e chi modula i propri messaggi in modo che si adattino al modello di mondo dell’interlocutore.

Il fatto che il nostro modello sia relativo non significa che non abbia valore: infatti, è grazie al nostro modello che troviamo un senso alla nostra vita e alle cose che ci accadono, e non potremmo farne a meno.

Allo stesso modo è necessario essere consapevoli che percepiamo la realtà attraverso i nostri sensi.

Per questo esercitare accuratezza nell’osservazione di ciò che ci circonda arricchisce quello che comprendiamo e proviamo. Non è il mondo ad essere ricco o povero, le persone interessanti o noiose, non è la vita interiore emozionante o piatta: siamo noi che possiamo cogliere la varietà e l’abbondanza dentro e fuori di noi.

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